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“Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini

"Ogni giorno avevo atteso mia madre, ogni notte avevo pianto la sua lontananza. Nessuno mai venne a chiedere di me, nessuno scrisse una lettera"

Siamo in piena Seconda guerra mondiale a Bergamo, dove bambini senza nome vengono quotidianamente abbandonati da famiglie troppo povere di soldi o d’amore. Il bimbo con la valigia rossa che scrive in prima persona si chiama Pietro ed è nato negli anni Quaranta. A soli quattro anni lo spediscono nel brefotrofio, luogo di ‘parcheggio’ di bambini come lui. Con gli occhi attenti di un bambino l’autrice descrive e affronta tematiche importanti come l’abbandono, la guerra, il fascismo, l’arrivo degli Alleati e la rinascita. 

Descrive in modo molto secco e pungente dove Pietro ha passato la sua infanzia, il brefotrofio, dove ogni giorno echeggiano urla, lamenti e pianti di bambini disperati. Gli stessi bambini che sarebbero stati il futuro del nostro Paese. Cantini descrive situazioni di povertà come quelle dei contadini che spesso adottavano un bambino del brefotrofio solo per avere un paio di braccia in più e farlo lavorare.

Cantini ha scelto un linguaggio semplice e molto diretto. Racconta con fredda ingenuità e innocente semplicità anche episodi raccapriccianti ed eventi storici con piglio innocente; perché a scriverne in prima persona è, appunto, Pietro. E così si ha modo di apprezzare anche la storia vista da un bambino, che riesce a semplificare concetti complessi come il referendum tra monarchia o repubblica: “O il gioco del Re o il gioco del Presidente, senza corona!”. Ad ogni modo, l’autrice ci tiene a sottolineare che si tratta di un romanzo e quindi non ha alcuna pretesa storica, ma ci sono delle note storiche tra le pagine.

  1. Ringrazio di vero cuore Sara Stefanini per le parole molto coinvolgenti e per il ricco articolo di recensione dedicato al mio ultimo romanzo “Il bambino con la valigia rossa”. Grazie!

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