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un uomo un voto? no, un euro un voto….

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Ricorderete, forse, il saggio di Barber "Consumati, da cittadini a consumatori"; trattava di come il fenomeno consumistico ci abbia mutati in consumatori ossia in "utilizzatori finali" di prodotti di cui non è necessario sapere come e di cosa son fatti nè se si possono, in caso di problemi, riparare….. ora dal punto di vista politico-economico possiamo parlare di passaggio da motto "un uomo un voto (il principio base della democrazia)" a un euro un voto, ossia un diverso peso del voto come espressione prima e di base della società democratica?

Perchè questo è oggi il problema: la sfiducia verso i sistemi democratici dove a votare son quelli che ci stanno bene mentre se ne astengono coloro che non ci si sentono a proprio agio……. i secondi son quelli che, pur astenendosi dal partecipare al voto, sono i primi a pagarne lo scotto. Il nodo della crisi di rappresentatività nelle società occidentali è esattamente questo: i ceti che hanno da perdere lottano per lo status quo, anzi si organizzano in gruppi di pressione per fare lobbying (insieme a banche, sindacati, liberi professionisti, ecc.) ma numericamente sono numericamente ininfluenti (rappresentando quello che gli statistici definiscono l'elettore mediano quel, al massimo, milione di voti fondamentali, spesso, per far vincere le elezioni ad un partito o ad una coalizione… essendo mediani hanno molto da pretendere e poco da dare come peso sociale in quanto la loro ricchezza è spesso dovuta o ad ereditarietà o alla ricerca di rendita – la nuova frontiera del XXI secolo – per la rendita senza dare alcun profitto sociale anzi al contrario riceve molto a scapito degli altri ceti….. il famoso 1% della popolazione media di un paese occidentale peraltro diviso al suo interno in veri segmenti in competizione fra loro) che però hanno un peso specifico tale da rendere sensibile la politica ad essi … fino al punto che la stessa politica spesso trae il proprio ceto dirigente proprio da essi. Nonostante quanto sostenga sia la destra populista (da NCD a FI) che quella economica (leggi pd nelle sue varie espressioni Renzi è solo l'ultima, fintamente buonista, epsressione) sono i ceti affluenti i veri protagonisti di un sistema di tal genere; gli altri o si astengono (almeno un terzo) o vi si accodano o perchè pensano di poter ricavarne qualcosa, molto poco, o per principio di emulazione con il nemmeno recondito pensiero di beneficiare in qualche modo dell'ascensore sociale.

Questo regime che sta avanzando, prima negli usa e ora anche nel vecchio mondo, è solo esteriormente democratico; in realtà è un regime liberale che ha adottato un suffragio universale ma che in realtà è censuario nel elettorato attivo, vista la alta astenzione, e oligarchico nell'elettorato passivo: in pratica son sempre gli stessi. Un altro pilastro di un regime del genere, ora messo in crisi proprio dai ceti che maggiormente lo sostengono, è la sua, presunta, ineluttabilità: non ci sono alternative. Non ci potrebbe essere balla maggiore: Giovanni Falcone, a ragione, sosteneva che tutti i fatti umani, lui parlava di mafia ma il concetto direi è universale, hanno una vita ossia nascono, crescono, maturano e muoiono o finiscono e come sta morendo la democrazia muore anche la sua degenerazione…. l'oligarchia che l'ha sostituita. E' questione di tempo o di …. voti. Un esempio l'abbiamo avuto in Islanda; un altro proprio qui in Italia con M5S un anno fa… ora Marine Lepen in Francia. E' una bufera che si sta alzando….. una vera tempesta che rischia non solo di travolgere quel che resta del sistema ma pure tutto il resto o meglio quel poco di buono che quel regime aveva per l'intera società.

I pensatori liberali, non quelli marxisti, più attenti (da Keynes a Polanyi passando per Isaiah Berlin) hanno più volte richiamato l'attenzione dei politici sul debito di democrazia che rischiava di distruggere l'intero sistema……. il liberalismo non è un sistema per tutti ma per pochi, molto pochi. E il resto? Ecco il punto: il resto: si ribella e si aggrappa a quello che trova perchè nessuno, non è nella natura umana, accetta di rimanere nel suo angolo predestinato perchè ognuno pensa, a volte giustamente, di poter aspirare a qualcosa di diverso…… eppure il sistema fa d tutto per scoraggiarli: taglia la scuola e l'università pubblica; taglia la sanità, taglia le pensioni ecc….. tutto per inculcare l'idea che non c'è tempo e possibilità di aspirare ad elevarsi quando… devi mettere insieme il pranzo con la cena o centellinare il cent per arrivare a fine mese. Se la pancia è vuota il cervello soffre e le energie sono tutte occupate per sbarcare il lunario e non certo per sentire quel tal poltiico che ti promette il migliore dei mondi possibili: una balla che un popolo ben nutrito, acculturato, sano ecc. spernacchierebbe e lo manderebbe in pochi secondi a zappare la terra….. questa ineluttabilità, complici i media, è un totem (o un drappo rosso) che funziona sempre, ma non per sempre: prima o poi il velo nel tempio si squarcia…. e si vede quelo che nasconde; il problema è il "chi e il quando" e personalmente prioma si fa meglio sarà per tutti….


Global Access Program: PMI italiane e Internazionalizzazione oggi

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Bridges to Italy, associazione no-profit di Los Angeles, lancia un programma strutturato di internazionalizzazione insieme alla UCLA, per le PMI italiane interessate a sviluppare o consolidare la presenza in Nord America in maniera strategica ed articolata per massimizzare le opportunità offerte dal mercato estero.

Bridges to Italy e Global Access Program 2014

Fino a pochi anni fa scegliere di internazionalizzarsi era solo una delle varie opzioni strategiche disponibili ad un’azienda, poi col passare del tempo e l’acuirsi della crisi economica nazionale, e’ diventata una scelta obbligata per sopravvivere.

Oggi, le aziende esportatrici stanno soffrendo meno, inoltre tendono ad innovare, razionalizzare i costi di produzione e diventare più competitive perché queste sono le condizioni necessarie per mettersi in gioco sul mercato globale.

Bridges to Italy, associazione no-profit con sede a Los Angeles e in Italia, è partner del Global Access Program (GAP), programma di crescita internazionale della Anderson School of Business della UCLA.
Questo programma aperto a PMI innovative di medie dimensioni, è volto ad aiutare le aziende internazionali (provenienti da 55 paesi) ad affrontare il processo di internazionalizzazione con successo sviluppando uno studio di market entry con obiettivi precisi e strategie dettagliate. Bridges to Italy, subentra poi per affiancare l’impresa al momento di attuare le raccomandazioni strategiche del GAP, offrendo un’ampia gamma di servizi operativi definiti come SOFT-LANDING USA, orientati ad accompagnare il cliente in tutte le attività che dovranno essere intraprese per attuare il piano sviluppato dal GAP.

Il programma complessivo GAP e SOFT LANDING USA permette alle PMI di intraprendere un percorso di sviluppo internazionale serio, strutturato, certificato dal punto di vista qualitativo, grazie al contributo di un ente prestigioso come la UCLA e di un’organizzazione esperta nel business di internazionalizzazione come Bridges to Italy e il suo network di partner specializzati.

FONTE: Bridges to Italy

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A cura di:
Bridges to Italy
Redazione
gap@bridgestoitaly.org


Web e diffamazione, le leggi ci sono. Ma l’Italia punta verso Indonesia e Filippine

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ricorderete il post in cui parlavo di censure, si quel post "antico" che mi pareva attuale? Si quello nel quale avevo "dimenticato" di mettere la parola giusta ma conunque dimostrava una certa attualitò, vero? Lo ricordate?Era preso da Punto informatico…

il titolo era: Speciale/ Italia, ufficiale la censura su Internet.

Bene.. se mai ci fossero dubbi.. ecco cosa scrive sul Fatto Quotidiano (il 9 marzo 2014)

Una gara su chi meglio padroneggia i segreti del sesso orale. E’ la notte del 6 febbraio e i profili di Alessandra Moretti, Pd, e Paola Taverna, M5S, infiammano Twitter con un lungo botta e risposta degno di una chat porno. Gli account sono stati hackerati e al mattino entrambe sporgono denuncia, ma la deputata Pd va oltre e annuncia: bisogna regolamentare “quella terra di nessuno che sono i social. Sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete”. Per punire le violazioni – spiegano i giuristi – bastano le norme esistenti, ma da anni i politici chiedono e presentano disegni di legge ad hoc. Un anelito all’iper-regolamentazione che allontana l’Italia dai grandi paesi occidentali, nei quali ai reati commessi sul web vengono semplicemente applicati i codici penali, e che è proprio delle democrazie meno mature: senza considerare realtà come Russia e Cina in cui la censura è sistema, leggi speciali sono in vigore in paesi come l’Indonesia e le Filippine. “Ma la cosa da terzo mondo – spiega Giovanni Maria Riccio, docente di Diritto comparato ed europeo della comunicazione all’università di Salerno – è che i politici italiani invocano queste norme ogni volta che uno di loro si sente sbeffeggiato su un social network o un blog. Chiedono cioè delle leggi ad personam”.

UN CORO BIPARTISAN 
La moda è esplosa negli mesi. Il 14 aprile 2013 Laura Boldrini scopre sul profilo Facebook di un giornalista di Latina un fotomontaggio in cui compare nuda. Il 3 maggio, in un’intervista a Repubblica, il presidente della Camera chiedeva misure per “il controllo del web”: servono “decisioni misurate, sensate, efficaci (..). La politica deve agire”. Una richiesta che meritava il plauso del collega al Senato, Piero Grasso: “Le leggi che proteggono dal web… beh, quelle le dobbiamo assolutamente ideare. Ma è un discorso che facevo già da Procuratore Nazionale Antimafia”. Due mesi dopo è il turno del Pdl. Il 3 luglio Mara Carfagna denuncia le minacce ricevute su Facebook (“Ti verremo a prendere a casa”). Occorre “regolamentare il comportamento da tenere in rete”, tuona Maria Stella Gelmini. Nel 2012 era stato addirittura un ministro della Giustizia a chiedere norme ad hoc: ”Occorre regolamentare i blog – spiegava il 26 aprile Paola Severino – questo mondo va regolamentato altrimenti si finisce nell’arbitrio”. Un’allergia che, dal 2° governo Prodi al governo Letta, si è tradotta in una lunga serie di ddl presentati in Parlamento.  

SCORZA: “LE LEGGI ESISTONO GIA’” 
“Eppure gli strumenti per punire gli illeciti commessi sul web, dalla diffamazione all’istigazione a delinquere, sono tutti già previsti nell’ordinamento – spiega Guido Scorza, avvocato, blogger del Fatto e docente di Ricerca in Informatica Giuridica e Diritto delle nuove Tecnologie – tutto ciò che è reato per la stampa, è reato anche su internet. La diffamazione, ad esempio, è regolata dalla legge sulla stampa 47/48 e tutte le fattispecie che riguardano il web sono comprese nella formula ‘… o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità’ del comma terzo dell’articolo 595 del Codice Penale”, che prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni. “Tutti gli altri illeciti che possono essere commessi tramite i media sono previsti dal codice penale”. E il caso del post di Beppe Grillo su Facebook: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?” che aveva scatenato una marea di commenti a sfondo sessuale? “Grillo è perfettamente identificabile: se si ritiene che la sua condotta configuri reato, lo si può processare”. 

“IL DDL MORETTI? NORME GIA’ PREVISTE” 
Anche molte disposizioni contenute nel ddl Moretti sono già nell’ordinamento. “Il testo prevede maggior tutele per i minori – continua Riccio – già previste dal Codice della Privacy; contempla l’aggiornamento e l’integrazione dei dati personali pubblicati su internet, anche questi diritti già riconosciuti dal diritto all’oblio garantito dallo stesso Codice”. Il testo, poi, modifica la disciplina sulla diffamazione e crea una disparità di trattamento: “Qualora la diffamazione sia commessa a mezzo di una testata telematica registrata – scrive Francesco Paolo Micozzi, avvocato esperto di diritto dell’informatica, su Leggioggi.it – si prevede la sanzione della multa da € 2.000 a € 10.000; nel caso di diffamazione commessa, invece, a mezzo blog la pena è quella della multa da € 1.000 a euro 7.000 aumentata della metà ai sensi del “nuovo” ultimo comma dell’art. 595 ossia da € 1.500 a € 10.500″. Resta poi da capire che senso abbia presentare nuove modifiche al reato di diffamazione proprio mentre il Parlamento ne sta approvando la riforma: il 17 ottobre 2013 la Camera ha detto sì a un ddl che esclude il carcere per i giornalisti, sostituito da multe fino a 60 mila euro, e ora il testo è al Senato.   

SE SI APPLICA LA LEGGE, LE PENE ARRIVANO 
E’ accaduto a Dolores Valandro, la consigliera comunale della Lega a Padova denunciata per istigazione ad atti sessuali compiuti per motivi razziali per aver scritto su Facebook “Mai nessuno che se la stupri” riferendosi al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge: il 17 luglio 2013 è stata condannata per direttissima a 13 mesi di carcere e 13mila euro di multa. A volte l’applicazione delle norme può causare timori sul futuro della libertà in rete. Con una sentenza 31 dicembre 2012 il Tribunale di Livorno ha condannato per diffamazione aggravata una 27enne che, licenziata dal centro estetico dov’era impiegata, aveva offeso più volte il suo ex datore di lavoro su Facebook.  Il giudice ha richiamato l’articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato è punito più severamente quando l’offesa è recata a mezzo stampa o attraverso “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Per il giudice, Facebook è una piazza virtuale dalla “diffusione incontrollata”. 

COSA ACCADE ALL’ESTERO: REGNO UNITO 
“Nei paesi occidentali non esiste una legislazione speciale – spiega Giampiero Giacomello, docente dell’università di Bologna e relatore italiano del report Freedom on the Net 2013 - prendiamo la Gran Bretagna: lì esistono severe leggi antiterrorismo che vengono applicate in casi molto rari e seri. Se qualcuno chiedesse di usarle per punire a chi sbeffeggia i politici sul web, gli inglesi si solleverebbero”. Così bastano le leggi ordinarie. Il 24 gennaio 2 ventenni che avevano minacciato di “stupro” una femminista su Twitter sono stati condannati a 12 e 8 settimane di carcere in base al Public Order Act del 1986 e all’Offences Against The Person Actdel 1881. Nel 2012 Liam Stacey, 21 anni, trovò divertente deridere Patrice Muamba, calciatore di colore del Bolton collassato in campo per un attacco di cuore: “Che risate, Muamba! E’ morto!”, scrisse su Twitter. Venne condannato a 2 mesi per incitazione all’odio razziale sotto il Public Order Act 1986 . Nel 2011 era toccato a 2 ventenni che avevano usato Facebook per incitare ai disordini sociali: furono condannati a 4 anni per istigazione a delinquere in base al Serious Crime Act 2007. Era il 6° caso in pochi anni.  

GERMANIA, SI APPLICA IL CODICE PENALE 
In Germania la diffamazione è punita duramente sia dallo Strafgesetzbuch (il codice penale), sia dalle leggi sulla stampa dei vari Lander, con pene che vanno dai 3 mesi ai 2 anni. Si arriva a 5 anni se si danneggia ingiustamente una persona impegnata nella vita politica. Ovviamente le regole sono valide anche sul web. Lo stesso vale per gli altri tipi di reati. Nel 2012 un 18enne incitò su Facebook al linciaggio di un 17enne accusato dell’omicidio di una bambina di 11 anni, Lena, a Emden. In seguito all’appello una folla si presentò con bruttissime intenzioni alla stazione di polizia in cui il sospettato veniva interrogato. Il linciaggio non avvenne, ma l’istigatore fu condannato a 2 settimane di carcere: i giudici tennero conto dell’età, ma per il reato il codice tedesco prevede pene fino a 5 anni. 

FRANCIA, SU FACEBOOK NON C’E’ DIFFAMAZIONE 
Anche in Francia niente leggi speciali, ma nel 2013 il sistema giudiziario ha prodotto due importanti sentenze sulla libertà nei social. Il 10 aprile la Corte di Cassazione ha stabilito che Facebook non è un luogo pubblico come la tv, la radio o un giornale e chi posta opinioni e commenti in bacheca non può essere condannato per diffamazione. Per la Corte, che doveva giudicare il caso di una donna che aveva scritto di voler assistere allo “sterminio di tutte le direttrici come la sua”, la dipendente non può essere accusata di aver ingiuriato il datore di lavoro in pubblico:  la bacheca di FB sarebbe un luogo privato cui solo gli “amici” possono avere accesso. A giugno, poi, il Tribunal de grande instance di Parigi aveva obbligato Twitter a fornire alle autorità i dati degli autori di alcuni tweet antisemiti pubblicati nel 2012: la legge francese proibisce la discriminazione basata su principi religiosi e razziali.  

USA, LA COSTITUZIONE TUTELA ANCHE I “LIKE
Negli Usa la libertà di parola è garantita dal Primo Emendamento e non esistono reati federali a mezzo stampa che comportino il carcere, previsti invece in 17 Stati. Una tutela costituzionale estesa ora anche ai blog. Lo ha stabilito il 18 gennaio la Corte d’Appello: nelle cause per diffamazione i blogger devono essere considerati alla stregua dei giornalisti e non possono essere condannati se danno notizie di interesse pubblico e svolgono il loro lavoro con accuratezza. Il First Emendament protegge anche i “like” su Facebook: lo ha deciso il 18 settembre 2013 la Corte d’Appello del 4° Circuito (in Italia, invece, un uomo di Parma è stato rinviato a giudizio per un “mi piace” ad un commento giudicato diffamatorio e rischia 3 anni). Gli altri reati? Il 14 febbraio 2013, in un’America ancora con i nervi a fior di pelle per l’eccidio di 20 bambini nella scuola Sandy Hook di Newtown, Justin Carter, 19enne texano, scrisse su Facebook: “Ora vado a fare una strage in una scuola piena di bambini, li uccido tutti e divoro i loro cuori ancora pulsanti”. In poche ore il ragazzo è finito in carcere per aver violato l’articolo 22 del Codice penale del Texas: “Minacce terroristiche”. E rischia 10 anni

INDONESIA, LA LEGGE AD HOC: PENE PIU’ ASPRE PER IL WEB 
Le leggi speciali per il web sono proprie di altre latitudini, geografiche e culturali. In Indonesia è in vigore la legge “11/2008 on Electronic Information and Transactions (ITE)”. L’articolo 27 prevede che “chiunque sia trovato colpevole di usare media elettronici, inclusi social network, per intimidire o diffamare rischia fino a 6 anni e una multa fino a un miliardo di rupie” (105.000 dollari). Quando per la diffamazione sui media tradizionali il codice penale prevede pene molto più basse, il che fa sì che chi è soltanto accusato di aver commesso il reato su internet possa essere sottoposto fino a 50 giorni di custodia cautelare. Secondo l’Institute for Policy Research and Advocacy, tra il 2008 e il 2013 sono state processate almeno 37 persone, mentre per il watchdog Information and Communication Technology Watch facendo leva sulla legge il governo ha filtrato e bloccato i contenuti di vari siti considerati scomodi. “Ai nostri governanti non piace l’idea di una rete libera”, ha spiegato a Human Rights Watch Leo Batubara, presidente dell’Indonesia’s Press Council. Non è un caso che la legge sia stata approvata nell’aprile 2008 con i voti dei 3 maggiori partiti del paese. 

FILIPPINE, FINO A 12 ANNI DI CARCERE 
Il 12 settembre 2012 il presidente filippino Benigno Aquino III firma il Cybercrime Prevention Act,  legge nata per combattere la pirateria online che estende alla sfera digitale il reato di diffamazione già previsto dal Codice penale. Il testo innalza drasticamente le pene per chi commette il reato sul web: la pena minima aumenta di 12 volte, passando da 6 mesi a 6 anni; quella massima raddoppia da 6 a 12 anni. L’ammenda può raggiungere i 24 mila dollari e il provvedimento punisce anche i commenti giudicati offensivi sui social network e i “like” di Facebook.

p.s.

ehm, commenti?


Sultubo, la risposta tutta italiana a 9gag tv

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Quanto profetizzato dagli esperti di Web Marketing negli scorsi anni si sta poco a poco realizzando: i video prendono sempre più piede come formato di comunicazione ed intrattenimento, divenendo il format preferito dagli italiani durante le ore di connessione ad internet.

Già in tempi non sospetti Google ha iniziato a rendere fruibili i video di YouTube in un formato universale leggibile da qualsiasi dispositivo mobile, liberandosi dal peso di Adobe Flash che sempre meno trova consensi da parte degli sviluppatori di sistemi operativi, iOS in primis.

Negli Stati Uniti sono nati, negli ultimi anni, una lunga serie di siti creati con lo scopo di catalogare i video migliori offerti proprio da YouTube, rendendoli di facile reperimento e favorendone la diffusione sui principali Social Network. Quale è il valore aggiunto di questi siti?

Sicuramente la pulizia delle informazioni. Youtube è un portale immenso in cui navigare non è sempre semplice ed i video vanno necessariamente ricercati, attività che spesso rende impossibile reperire i migliori video divertenti che la piattaforma può proporre. Un sito come il neonato sultubo.com permette infatti di avere a portata di mano, senza alcuno sforzo ed in maniera rapida e universale (grazie alla grafica responsive) tutti i video divertenti del momento.

Giuseppe Ruocco, socio e Web Marketing Strategist, spiega alcuni dettagli del progetto: “La forma di intrattenimento proposto dai video è forse l'unico al mondo ad essere gradito anche sotto forma di pubblicità push, dato che non c'è alcuna intenzione di vendere da parte del sito di atterraggio ed i contenuti sono leggeri ed ottimali per passare in traquillità qualche secondo o addirittura minuti intesi. La nostra missione è selezionare solo i video migliori e potenzialmente virali, evitando forme di pubblicità agressiva e spam di ogni genere. Principalmente ci piace creare una raccolta di video divertenti che noi stessi vediamo con piacere, sia come pausa dal lavoro che come forma di intrattenimento durante i nostri spostamenti con i mezzi pubblici. Non abbiamo la pretesa di avere dei giusti universalmente riconosciuti come buoni tuttavia notiamo un forte riscontro da parte dei primi visitatori del sito che gradiscono quello che vedono ed interagiscono con una frequenza sempre maggiore"

Controllando le fonti di provenienza di questi video mi sono reso conto che sono nati siti specializzati nel reperire e catalogare le novità di YouTube, liberandomi così dalla ricerca ed offrendomi in maniera rapida e veloce tutto quello di cui ho bisogno per passare in allegria il mio tempo, sia a casa che in mobilità. In Italia attualmente sono pochi, pochissimi i siti che offrono questo servizio. Con Sultubo.com vogliamo mettere a disposizione di un vasto pubblico tutta una serie di video catalogati per aree di interesse. Il nostro punto di forza è che non ci limitiamo ai soli video potenzialmente virali ma puntiamo a catalogare anche contenuti più lunghi come ad esempio i film completi su youtube caricati dagli utenti ed i documentari, area particolarmente apprezzata ed unica nel suo genere in Italia”

 

Il sito ha ovviamente un canale Facebook aggiornato quotidianamente e Twitter. Non ci resta che aggiungere il sito ai preferiti e godere della selezione quotidiana di video per intrattenerci, soprattutto in mobilità.


Speciale/ Italia, ufficiale la censura su Internet

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da punto informatico, serissimo giornale del mondo web, vi propongo questo articolo, pubblicato oggi, a firma di Paolo De Andreis che accende un riflettore sul "democratico" mondo dell'informazione italico.. sempre più vicino alla cina (ira, korea del nord, ecc. fate voi) che ai paesi civili.
Buona lettura

Roma – In Cina, chiunque voglia pubblicare un sito web deve essere registrato presso l'ufficio governativo competente. In Italia, da oggi, chiunque voglia pubblicare informazioni su un sito deve ottemperare a certe disposizioni e se lo fa periodicamente deve ottenere persino una serie di registrazioni ufficiali. E, proprio come in Cina, chi pubblica senza registrarsi incorre nel reato di stampa clandestina, che in Italia è punito con una sanzione variabile tra il mezzo milione di multa e i due anni di carcere (oggi depenalizzato).
Questo accade da oggi grazie alla nuova legge sull'editoria, varata il 21 febbraio da quello stesso Parlamento che era sul punto di approvare il DDL sui domini, in un testo ispirato al decreto Passigli e bocciato da tutti gli operatori del settore.
Anche in questo caso le critiche, gli avvertimenti e gli altolà non sono serviti a granché: il Parlamento in extremis prima dello scioglimento delle Camere ha dato il via libera ad una legge che non ha riscontro in Europa e che oggi entra formalmente in vigore (vedi anche quanto pubblicato da Interlex).La nuova legge (62/2001) ridefinisce il concetto di sito Internet che fa informazione, quindi praticamente ogni sito Internet, che viene ora considerato "prodotto editoriale" e, come tale, rientrante nelle disposizioni storicamente censorie della legge sulla stampa. Ogni "sito informativo" italiano rientra da oggi nella classificazione di "prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico".
La nuova legge riguarda dunque non solo i siti che pubblicano informazioni con cadenza periodica, che sono sottoposti ad un regime più oppressivo, ma anche tutti i siti che pubblicano informazioni e che, se non sono periodici, "se la possono cavare" inserendo sulle proprie pagine il nome e il domicilio dell'editore e l'indirizzo della locazione fisica del server.
I veri dolori sono riservati a quei siti che pubblicano contenuti periodicamente.
"Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico – avverte infatti la legge sulla stampa – senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall'art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000. La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell'editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero".
A scanso di equivoci, la registrazione di cui parla la legge consiste nell'assunzione/individuazione di un direttore responsabile che abbia i requisiti per essere iscritto all'Ordine dei Giornalisti o agli elenchi speciali per le testate specializzate e che "controfirmi" la registrazione del sito presso il tribunale della città ove risiede "l'editore".
Al di là delle pulsioni censorie da cui la legge nasce, analizzate nelle pagine successive di questo Speciale, la nuova normativa sferra un colpo al cuore di tutti i siti italiani, anche di quelli nati dalla passione di chi li alimenta con un lavoro spesso mal o non remunerato, a quelli che nascono dalla fornitura gratuita di contenuti da parte dei lettori-contributori e a tutti quelli che, per una ragione o l'altra, non possano designare un direttore responsabile.
Non solo, i siti che fanno dell'informazione periodica un "contorno" alle attività principali, come molti portali, sono costretti a trasformarsi de facto in "testate registrate", anche se le informazioni pubblicate sono in realtà prodotte, come spesso accade, da terze parti.Per tutti coloro che non hanno già provveduto alla registrazione del "periodico", da oggi scatta il reato di stampa clandestina. Starà alla magistratura rendere efficace la legge provvedendo al sequestro dei siti e alla comminazione delle sanzioni.
L'italiano che pensasse, vista la mala parata, di spostare i suoi contenuti su un sito all'estero non avrebbe sorte migliore. Il "prodotto editoriale", infatti, sarebbe comunque considerato "italiano" se i contenuti vengono spediti sul server di pubblicazione dall'Italia o se vengono "trasmessi" in Italia. La legge dunque tende a penalizzare i siti italiani che devono vedersela con concorrenti internazionali, siti che in Europa o negli Stati Uniti prosperano senza queste limitazioni alla libertà di stampa.
Non contento, il Parlamento ha anche imposto con questa legge una nuova responsabilità ai provider, fornitori di hosting per i server che ospitano i siti italiani.
Questi, infatti, sono da considerarsi inclusi nella disposizione secondo cui "chiunque in qualsiasi modo divulga stampe o stampati pubblicati senza l'osservanza delle prescrizioni di legge sulla pubblicazione e diffusione della stampa periodica e non periodica, è punito con la sanzione amministrativa da lire duecentomila a un milione e duecentomila".
Ma perché il Parlamento ha approvato tutto questo? In teoria, e il resto della nuova legge lo conferma, per estendere alle imprese editoriali online (e non si parla tanto di piccoli siti e associazioni quanto invece delle grandi aziende che oggi online incontrano notevoli difficoltà economiche) i contributi già previsti per le pubblicazioni stampate.Con nuove forme e nuovi fondi, infatti, la legge prevede che una serie di giornali online possano essere oggetto di contribuzioni pubbliche che consentano loro di tenere in piedi attività che da sé in piedi non starebbero, proprio come avviene da decenni nel mondo della carta stampata. Il tutto sulle spalle del contribuente.
Da segnalare, per completezza, che questa legge non è stata approvata in Aula dal Senato ma direttamente dalla Commissione Affari Costituzionali in sede deliberante. In quella occasione, il 21 febbraio scorso, è stato registrato l'accordo sostanziale di tutti i gruppi parlamentari. Con lo stesso appoggio praticamente unanime, d'altro canto, doveva passare anche il DDL sui domini, bloccato solo dallo scioglimento delle Camere.
In Italia esiste una stampa clandestina, che viene così definita non perché istigatrice alla violenza, all'omicidio o al ribaltamento delle istituzioni repubblicane. No, la stampa clandestina oggi in Italia è quella che non paga annualmente le gabelle di Stato all'Ordine dei giornalisti, quella che non si iscrive all'Albo o non risulta dalle liste dell'Autorità delle telecomunicazioni. Quella, insomma, che vive di quanto sancito dall'art.21 della Costituzione della Repubblica che recita con la massima chiarezza: "La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".
Principi che sono stati disattesi in questi decenni per compiacere la corporazione giornalistica, e consentirle di rimanere tale, e per agevolare la commistione tra i grandi interessi economici e la stampa. L'imposizione di un esame per ottenere la qualifica di "giornalisti professionisti" è strumento che da solo può garantire che i diritti speciali corporativi non cadano in mani "sbagliate" e che nelle fila dell'Ordine entrino solo persone che corrispondono a determinati parametri.
Le progressive pugnalate alla libertà di stampa inflitte dalle leggi italiane sembrano uscite dall'orwelliana "Fattoria degli Animali". Una fattoria dove i maiali al potere riescono ad imporre agli altri animali il tradimento dei principi su cui è sorta la loro comunità. Quando cioè al principio "siamo tutti uguali" si aggiunge impunemente "ma alcuni sono più uguali degli altri". Allo stesso modo i giornalisti che scelgono di aderire all'Ordine sono – spesso loro malgrado – come i maiali orwelliani, protetti da leggi speciali che li differenziano dalle oche e dagli altri esseri minori che popolano la fattoria. Leggi che li rendono inevitabilmente complici del soffocamento della libertà di stampa e di espressione nei confronti del "cittadino semplice".
La nuova legge sull'editoria sposta ulteriormente l'equilibrio fasullo su cui si è finora retta la corporazione, portando il baricentro sulla Censura. Non esiste un altro termine per descrivere una norma che impone a chiunque si esprima liberamente sul Web di farsi riconoscere, più di quanto già non faccia la presenza di un dominio Internet, con la sua registrazione, o di un sito gratuito, con l'hosting da parte di un provider.
Come non definire censura una legge che impone ai provider di essere cani da guardia sulle attività dei siti ospitati, perché rischiano di essere ritenuti corresponsabili di pubblicazioni clandestine? Una misura che da sola basta a porre l'Italia al di fuori del contesto internazionale, dove i provider, sostanzialmente, non rispondono dei contenuti che girano sul proprio network e di cui non hanno cognizione.
E così come è censura imporre ad un sito di esporre certe informazioni, facilmente recuperabili altrove e con pochi clic, o con qualche telefonata, è censura ancor più grave imporre ad un sito di registrarsi come periodico telematico. Una registrazione che contempla, sarà un caso?, una gabella da versare all'Ordine dei giornalisti da parte dell'editore o del direttore responsabile, o perché giornalista professionista, o perché pubblicista o perché iscritto in un "elenco speciale".
E per non farci dimenticare da che parte sta, e per chiarire a tutti cosa c'è in ballo, è arrivata ieri pomeriggio anche una ennesima delirante dichiarazione del segretario della Federazione nazionale della Stampa, il sindacato dei giornalisti della corporazione. Paolo Serventi Longhi, riferendosi alla nuova legge sull'editoria, ha esultato: "Finisce così, almeno in Italia, l'assurda anarchia che consente a chiunque di fare informazione on line senza regole e senza controlli e garantisce al cittadino-utente di avere minimi standard di qualità di tutti i prodotti informativi, per la prima volta anche quelli comunque diffusi su supporto informatico".
Non una parola, naturalmente, sul fatto che proprio questo sistema di censura, questa mostruosità giuridica oggi vomitata sulla Rete, abbia fin qui prodotto un giornalismo sciatto, ignorante e arrogante ben oltre il limite della volgarità.
Che tutto questo rappresenti una censura è dunque evidente. Che lo sia non solo per principio ma anche all'atto pratico ci vuole poco a dimostrarlo.
Provatevi, se non l'avete ancora fatto, a pubblicare un vostro notiziario su carta e da oggi anche online senza registrazioni ufficiali. Se la magistratura farà il suo dovere, sarete inquisiti e condannati, il vostro giornale sarà sequestrato, proprio come accade oggi in Cina e Malaysia.
Succede, è successo. E ora potrà succedere anche online grazie ad un Parlamento italiano che in Europa si è dimostrato in questi anni il più colpevolmente ignorante di cose della Rete.
E tutto accadrà, ancora una volta, alla faccia della Costituzione repubblicana e del principio ivi sancito: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Viva l'Italia!

p.s.

… che ne dite? Siamo davvero in pericolo, qui; e che dire dell'AGcom che surettiziamente si è infilata nel vuoto di potere per decidere in via amministrativa della vita e della morte del web? Per fare un esempio: ha fatto levare, pensa sanzioni salatissime, l'annuncio della candidatura di un prof universitario sardo dal sito della sua università, peggio di così. Può anche essere che questo blog, chiuda… per la gioia dei grandi e dei piccini.


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