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Da oltre 10 anni Flyenergia distribuisce gas e corrente agli italiani

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E' con piacere che vi presentiamo il blog di Flyenergia, uno spazio web dove approfondire la conoscenza della società e trovare tante informazioni utili.

Flyenergia Spa

FLYENERGIA – L'AUTOLETTURA DELLA BOLLETTA

Flyenergia Spa, sempre attenta alle esigenze dei propri clienti e alla ricerca di soluzioni personalizzate, in grado di rispondere al meglio ai consumi e alle peculiarità di ciascun cliente.
Uno degli innovativi servizi che Flyenergia offre ai suoi clienti è la possibilità di autolettura della propria bolletta, per conoscere in anticipo l'importo stimato della propria fattura. Questo servizio è fruibile da tutti i clienti, in modo semplice, comodamente da casa.
E' sufficiente registrare i numeri del proprio contatore e compilare un modulo con i propri dati da inviare alla società. In base a questi dati Flyenergia definirà il consumo mensile previsto, in funzione di una stima della quota giornaliera. Scoprite maggiori informazione nel relativo post presente nel blog.

FLYENERGIA – AZIENDA GREEN

Flyenergia è un'azienda green, che da alcuni anni ha attivato una linea di produzione dell'energia da fonti rinnovabili. In questo modo non solamente rispetta l'ambiente ma offre anche ai suoi clienti la possibilità di fare una scelta socialmente responsabile.
Sempre in ambito di eco-sostenibilità, Flyenergia Spa ha attivato un percorso di certificazione, che certifica appunto che aziende, progetti, eventi o altro ancora operino nel pieno rispetto dell'ambiente e del nostro pianeta.

Visitando il blog di Flyenergia potrete conoscere maggiori dettagli relativi alle attività e alle iniziative della società.


Avanguardie dell’apocalisse

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[09.05.2013] di GilGuySparks

Questa società è come un uomo che cade dall’ultimo piano di un palazzo ed ogni piano che oltrepassa, dice tra sé: «Fin qui tutto bene… fin qui tutto bene». Ma il problema non è la caduta, il problema è l’impatto.” (da L’Haine di Mathieu Kassovitz)

Mentre una buona parte dell’umanità lotta quotidianamente per raggiungere il minimo indispensabile alla propria sopravvivenza, una minoranza occidentale atlantica è impegnata a mantenere posizioni di predominio sui popoli del mondo e sulle loro risorse. Attraverso un sistema onnipotente di multinazionali dai rapporti concatenati, che a parole predicano il liberismo più sfrenato ma nel segreto delle loro oligarchie ambiscono a posizioni incontrastate di monopolio nella gestione delle risorse e nella loro trasformazione in merci, il capitalismo mondiale è entrato in quella fase della propria ristrutturazione che definirà le sorti conclusive, non solo del genere umano, ma dell’intera biosfera terrestre.

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Davanti allo stillicidio di notizie, provenienti da tutto il mondo, di disastri ecologici devastanti, dalla perdita di migliaia di tonnellate di petrolio nel Golfo del Messico al disastro di Fukushima, dalle morie quotidiane di lontre, delfini, balene, pipistrelli, api, allo scioglimento dei ghiacciai artici, termoregolatori climatici di trascurata importanza, molti di noi hanno contemplato, ma solo come idea fugace, la possibilità che tutti questi avvenimenti possano essere chiari segni del fatto che, proprio noi, potremmo esser destinati a vivere tempi che, a buona ragione, dovremmo definire ultimi.

Ma quest’idea orribilmente credibile, l’abbiamo relegata nell’ambito degli accadimenti potenziali ma inverificabili; l’abbiamo scartata con illogica razionalità, perché tirare le somme di una simile constatazione comporterebbe un risveglio dolorosissimo alla luce di una nuova devastante consapevolezza.
Ogni giorno scegliamo di rimuovere quell’angoscia che subentra in chi prende atto, ma solo per una frazione di infinitesimale di tempo, dell’irreversibilità del danno che ormai è stato arrecato all’ecosistema.

Certo abbiamo delle pallide notizie di autoconsolazione, degli orango nel Borneo sono stati messi in salvo, una balenottera spiaggiata è stata ricondotta in acque profonde, in qualche paese europeo sono stati momentaneamente messi al bando alcuni pesticidi, un eroico australiano ha preservato una colonia di koala.  Questi fatti possono rappresentare un’illusoria tregua rispetto all’emergere di quel tarlo che, presso alcuni di noi, ormai alberga da tempo, la percezione, sempre più pressante di un’estinzione a breve termine.

Le recenti riflessioni di Daniel A. Drumright, da sempre ambientalista radicale che si è interessato di climatologia negli ultimi 24 anni, e che è stato un caustico “teorico del collasso” negli ultimi 12, non lasciano margini a speranze auto-consolatorie o al perdurare di auto-illusioni che dislochino questo evento estremo nella sfera di un possibile futuro che non apparterrebbe al nostro orizzonte biologico temporale.

In un lunghissimo e raffinato saggio dal titolo “L’inconciliabile accettazione di un estinzione a breve termine” esplora ciò che è senza dubbio, il più grande e singolare evento nella storia documentata della nostra specie, il punto di vista di chi ha maturato la convinzione e di conseguenza “l’accettazione, che l’umanità abbia ormai superato numerose soglie climatiche irreversibili” e “che, così facendo, abbia dato inizio ad una problematica estinzione a breve termine della maggior parte della vita entro i prossimi decenni.

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Dopo aver trascorso l’intera esistenza nella lotta contro la distruzione sistematica dell’ecosistema da parte del sistema industriale, mettendo giorno dopo giorno assieme le prove inequivocabili dell’imminente collasso della società industriale capitalistica, Daniel A. Drumright ha voluto consegnarci un’amara riflessione destinata a chi è già arrivato per suo conto ad una simile consapevolezza. L’ambientalista mette in guardia i lettori che ancora si barcamenano tra consapevolezza e incertezza ma afferma a questo punto di non avere “assolutamente alcun interesse nel cercare di convincere qualcuno che questa congettura sia vera o falsa. Nessuno dovrebbe lasciarsi persuadere da nessuno in merito alla questione in oggetto. La decisione di condividerla, è nostra e solo nostra.

Secondo Drumright, la realtà elencatoria e declamatoria dei misfatti contro il pianeta è ormai priva di un reale significato, la denuncia risulta sempre più fine a sé stessa, in quanto rivolta a persone incapaci di afferrare la drammaticità del momento che l’umanità e l’intera biosfera sta sperimentando, eppure: “la prova a disposizione è di facile accesso, la scritta sul muro non ha bisogno di essere decifrata. La teoria di un cambiamento climatico galoppante è stata in circolazione per decenni, e ora il mondo intero è in grado di assistere allo svolgersi di questa catastrofe in tempo reale. Ma questo non implica affatto che il mondo stia guardando.

Il ragionamento filosofico di Drumright sceglie di collocarsi oltre qualsiasi previsione catastrofica del più estremo pessimismo ecologista e giunge  ad un livello di coscienza che pone interrogativi etici, esistenziali e in definitiva metafisici: “Io sono del parere che ogni conversazione post-accettazione di un’estinzione nel breve periodo (NTE) sia palesemente commiserativa. La post-accettazione di un’estinzione nel breve periodo (NTE), in contrasto con la nostra precedente accettazione vacillante, equivale logicamente al disfattismo, chiaro e semplice. Questa è una distinzione fondamentale, e probabilmente rappresenta una prima scissione in questo nuovo nucleo di consapevolezza. L’aspetto a posteriori dell’accettazione si potrebbe considerare LA distinzione cruciale, perché è la differenza tra la sublimazione di aver fatto i conti con ciò che noi consideriamo essere inevitabile, rispetto alla nostra vacillante confutazione di tale inevitabilità, che ci offre ancora moltissime illusioni. E’ l’accettazione dell’inevitabilità di un’estinzione nel breve periodo (NTE) che configura il rifiuto di tutto il resto, che è la ragione per la quale questo è un fattore chiave nel determinare il modo in cui vivremo la nostra vita da qui in avanti.

Ma quale è il significato di un’estinzione a breve termine alla luce dell’immaginario culturale? A nessuno di noi sfugge il significato delle parole, estinzione a breve termine, e ciò che implicano quando esse sono legate assieme. Ci ritroviamo così davanti ad un bivio cruciale, quale pillola sceglieremo, la blu o la rossa?
Drumright per spiegare il dilemma che ci pone l’accettazione consapevole dell’estinzione a breve termine, ricorre alla metafora della pillola rossa tratta dal film culto della cyberculture, Matrix nel quale il capitano Morpheus dice al protagonista Neo: “Questa è la tua ultima occasione. Dopo questo non si torna indietro. Prendi la pillola blu: la storia termina, ti svegli nel tuo letto e credi a quello a cui vuoi credere. Prendi la pillola rossa: stai nel Paese delle Meraviglie ed io ti mostro quanto è profonda la tana del coniglio.

La “pillola rossa” è divenuta una frase popolare nella cyberculture dove ha assunto il significato di attitudine all’esercizio del libero pensiero e risveglio da una vita “normale”, assorbita da ignavia e ignoranza. Chi sceglie la pillola rossa opta per la verità; non importa quanto insostenibile e doloroso possa essere mantenere lo sguardo sul precipizio che ci sta davanti. Il problema secondo Drumright è che : “noi non viviamo in una realtà fattuale, viviamo in una cultura interpretativa del tutto soggettiva, dove la fattualità da pillola rossa di qualcosa come un’estinzione a breve termine vede raramente la luce del giorno.

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Come mai la quasi totalità delle persone sceglie di non vedere la realtà dei fatti? Drumright risponde che l’intero concetto di un’estinzione a breve termine è ancora il concetto più profondamente astratto con il quale sia mai confrontata la razza umana. Anche se i segni sono ovunque si decida guardare, la totalità del suo impatto complessivo rimane ancora abbastanza in lontananza, perché un trincerato senso di autoconservazione la rende un’astrazione nella nostra vita quotidiana. […] Quindi, non è l’eventuale estinzione, che ci è estranea, ma piuttosto l’accettazione della sua tempistica a breve termine.

Chi ha raggiunto la piena accettazione dell’imminente estinzione si trova ad essere “veramente in un luogo, in cui letteralmente nessuno è mai stato prima. […] Ma più riflettiamo su questa realtà demoralizzante, peggio è.
Drumright ritiene che la situazione attuale sia un tunnel senza uscita e che questo genere di consapevolezza “richieda un grado di maturità emotiva che è quasi indistinguibile dalla follia all’interno della cultura occidentale.

Ma se la situazione irrimediabile in cui versa il pianeta appare ormai senza soluzione, lo stato dell’individuo che accetta il terribile fardello della consapevolezza dell’estinzione a breve termine “è un completo vicolo cieco intellettuale a meno che non siamo in grado di cercare in qualche modo di manifestare creativamente questa consapevolezza nel tempo che ci resta.

Mentre la società industriale capitalistica precipita in caduta libera, ignorando platealmente il momento della resa dei conti, essa si comporta esattamente con lo stesso atteggiamento del singolo riguardo alla propria morte individuale, la colloca nell’eventualità di un orizzonte possibile e così facendo la rimuove come aspetto contemplabile.

Tra i frequentatori dell’idea di un’imminente estinzione troviamo un’altra voce, quella di Thomas A. Lewis che affida al pezzo dal titolo “Brace for impact. The crash of industrial age” le sue considerazioni riguardo al tracollo della società industriale: “La gravità della situazione è difficile da valutare, perché gli effetti negativi delle pratiche industriali non vengono discussi pubblicamente, tanto meno affrontati. Ciò è dovuto soprattutto alle industrie che, nel causare il danno, stanno facendo una grande quantità di denaro. Allo scopo di proseguire in questo modo, spendono liberamente i loro soldi per influenzare la politica e per una propaganda progettata per distrarci dal fatto che stanno tenendo i profitti per sé stessi e lasciando le conseguenze agli altri.

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Eppure anche le grandi multinazionali sono formate da uomini e donne che potrebbero rendersi conto delle conseguenze che le decisioni dei loro consigli di amministrazione stanno avendo sull’intero pianeta, eppure non solo non sembrano prendere coscienza, ma sono schierati tra i più feroci detrattori dei cambiamenti climatici e dei danni che il sistema industriale capitalista sta arrecando al pianeta.
A questa osservazione Lewis risponde con le parole dello scrittore statunitense Upton Beall Sinclair Jr. che non aveva dubbi al riguardo e affermava: “E’ difficile far comprendere ad un uomo qualcosa, quando il suo stipendio dipende dal non capirlo.

Il fatto, secondo Thomas A. Lewis, è che siamo ormai a corto di petrolio, di cibo e di acqua ma soprattutto di tempo e il consumatore occidentale: “si trova sul ponte di un Titanic e viene ingannato dalle lusinghe di un buffet libero, da un ambiente raffinato e da un equipaggio che mormora continuamente: «niente può andare storto.»
Eppure, la piattaforma si inclina, l’acqua si riversa fin sotto coperta, e non ci vuole un ingegnere navale per concludere che quella nave non può essere salvata.

Daniel A. Drumright ritiene che la caduta libera della società capitalista sia ormai inarrestabile e che saremo testimoni, in tempi brevi, non solo del suo crollo ma anche del dispiegarsi di una sconfinata barbarie, promossa dalle oligarchie e dagli stati che tenteranno di assicurare il perdurare del proprio potere tra carestie globali, guerre e la conseguente morte di buona parte della popolazione mondiale; egli parla a chi ha già maturato una simile consapevolezza e ragiona su come prepararsi psicologicamente ad affrontare l’estinzione.

Thomas A. Lewis, invece, nonostante la catastroficità della  situazione globale, lascia intravvedere una, seppur flebile, speranza per noi e il pianeta; parafrasando Drumright, potremmo affermare che Lewis non riesce ancora a sostenere lo sguardo sull’ineluttabile precipizio che si staglia davanti al genere umano.
In un estremo tentativo di trovare una via di fuga ad una prospettiva di estinzione globale, Thomas A. Lewis ci dice che nonostante tutto “i materiali con i quali la società potrebbe costruire una scialuppa di salvataggio sono a portata di mano. Chiunque può scegliere di vivere in modo sostenibile […] ma non vi è alcuna garanzia che le persone possano essere pronte in tempo. Tuttavia, può essere l’unica speranza legittima di fronte ad un futuro che diviene oscuro  velocemente.
In ultima istanza Lewis sembra confidare ancora in uno sviluppo sostenibile che alla prova quotidiana dei fatti sembra essere costituito da fragili illusioni.

Abbiamo tutte le informazioni per essere consapevoli dello tzunami che ci corre incontro, sta a noi fare una scelta, con la certezza che “la verità è una condanna a vita per coloro che le attribuiscono valore”.

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.» (Morpheus a Neo – Matrix)


Gli italiani amano il solare…. ma lo conoscono bene?

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Gli italiani amano il solare…. ma lo conoscono bene?

Per l’89% degli italiani il solare è l’energia su cui l’Italia, pensando al futuro, dovrebbe puntare. Lo rivela il nono rapporto "Gli italiani e il solare", pubblicato recentemente dalla Fondazione Univerde ed IPR marketing per l'inaugurazione del Solarexpo 2013. Gli italiani amano il solare dunque, ma lo conoscono bene?

Come di consueto per l’inaugurazione del Solarexpo la Fondazione Univerde ed IPR marketing hanno pubblicato i risultati del sondaggio “Gli italiani ed il solare” , volto a fare il quadro su come viene percepita la questione energetica nel nostro Paese. I risultati sono molto favorevoli alla soluzione solare, giudicata semplice, pulita, sempre più economica, vantaggi che hanno fatto guadagnare al solare la simpatia di oltre il 90% degli Italiani. Una stima quella per la tecnologia solare che può essere tranquillamente condivisa, quello che può essere meno condiviso è il metodo piuttosto semplicistico con cui la ‘soluzione solare’ viene proposta, attraverso domande che forse non lasciano trasparire pienamente il rovescio della medaglia.

I principali risultati del rapporto si possono così riassumere:

  • Per l’89% degli italiani il solare è l’energia su cui l’Italia, pensando al futuro, dovrebbe puntare. Seguono eolico (54%), Idroelettrico (35%), Geotermia (25%), Nucleare (17%), Biomasse (16%), Gas (14%), Carbone (2%), Petrolio (1%);
  • il 79% degli italiani è propenso ad utilizzare direttamente l’energia solare;
  • il 92% degli italiani sarebbe favorevole ad installare pannelli FV nel proprio condominio utilizzando un incentivo pubblico. (sarebbe stato forse interessante porre una domanda simile per valutare la propensione all’installazione senza incentivo pubblico);
  • il 48% degli italiani sarebbe per l’abolizione degli incentivi se questi venissero sostituiti con semplificazioni burocratiche e la libertà di autoprodurre e vendere energia in rete, il 38% è contrario alla loro abolizione;
  • il 90% degli italiani considera doveroso per la salute e per il clima chiudere le centrali a carbone e ad olio combustibile entro il 2020;
  • Il 77% degli italiani non conosce le smart grid ma il 54% degli interpellati le giudica un’ottima iniziativa quando queste vengono definite le reti intelligenti decise dall‘Unione Europea con cui ogni cittadino potrà non solo ricevere e comprare energia ma diventare produttore, da solo e in comunità, e anche vendere energia ad altri attraverso la rete.
  • l’ 88% degli italiani risulta favorevole all’applicazione di una carbon tax, il 40% pensa però che ciò sarà difficile da realizzare.

Questi risultati danno un’idea su quello che è il ‘polso’ degli italiani sulla questione energetica, dati certamente interessanti e su cui riflettere.

Forse però per il sondaggio che precederà il Solarexpo 2014 si potrebbero proporre delle domande un po’ più pragmatiche, pur senza pretendere che i cittadini italiani diventino esperti delle criticità che può comportare per il sistema e per il mercato elettrico un’ampia diffusione del solare. Ad esempio si potrebbe lasciar intravvedere cosa potrebbe comportare dal punto di vista burocratico e fiscale poter vendere ad altri l’energia elettrica attraverso le smart grid (bisognerebbe quanto meno saper comprendere in cosa consiste un contratto di fornitura e si dovrebbe produrre una bolletta, per quanto semplificata). Si potrebbe inoltre suggerire cosa comporterebbe dal punto di vista dei costi dell’energia elettrica l’eliminazione delle centrali a carbone e la loro sostituzione con impianti a fonti rinnovabili. Oppure, per consentire una valutazione più informata, si dovrebbe far sapere agli intervistati che l’applicazione di una carbon tax sui prodotti energetici proporzionale alle emissioni di CO2 risulterebbe in percentuale molto più gravosa per chi ha un reddito basso e può intervenire in maniera marginale sui propri consumi (ad esempio con una ristrutturazione edilizia o acquistando un’auto meno inquinante) mentre risulterebbe in percentuale meno gravosa per chi ha redditi elevati.

In ultimo una piccola considerazione sul comunicato stampa relativo alla presentazione del rapporto che riporta nel cappello: Dal 90% degli italiani NO al carbone e SI al solare, anche con nuovi incentivi. Pecoraro Scanio: “Nel 2020 chiudere le centrali a carbone e a olio combustibile. Nel 2050, 100% di energia da rinnovabili. Subito nuovi incentivi normativi ed economici”.  Un’interpretazione a dir poco assai colorita dei risultati del sondaggio e che sembra voler fornire alla stampa una chiave di lettura preconfezionata dei dati, anch’essa eccessivamente semplificata.

Leggi l’articolo sul blog di Assoelettrica

Fonte: Assoelettrica


Come risparmiare in casa

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Ultimamente si sente parlare spesso di risparmio energetico nonché di nuovi stili di vita più sostenibili. Si tratta troppo spesso di buoni propositi che poi molto raramente vengono tradotti in azioni concrete che incidono sui nostri comportamenti quotidiani. Vediamo quindi alcuni suggerimenti utili per risparmiare prestando attenzione a semplici accorgimenti che consentiranno di risparmiare sulla bolletta ma soprattutto rispettare l'ambiente.

Usare la doccia. La doccia è senza dubbio da preferire al bagno. Quest'ultimo infatti richiede una notevole quantità di acqua e al tempo stesso di metano necessario per scaldarla.

Usare l'aria condizionata e i riscaldamenti in modo più responsabile. É importante programmare la caldaia in moto tale che si accenda solo quando siamo effettivamente presenti in casa. Inoltre è consigliabile utilizzare sistemi di regolazione della temperatura possibilmente per ogni ambiente della nostra abitazione. Per tale scopo si possono usare delle semplici elettrovalvole (per approfondimenti visitate la pagina Rivenditore Atos Roma di Oleodinamicaromana.com)

Durante l'estate è importante non abusare dell'aria condizionata ed è preferibile se proprio vogliamo usarla scegliere la modalità deumidificazione.

Spegnere le luci led. Nelle nostre abitazioni spesso abbiamo molti apparecchi tecnologici quali ad esempio tv, stereo pc ecc.. . E' importante, quando non vengono utilizzati, ricordarsi di spegnerli; ad esempio per tale scopo possono essere molto utili le ciabatte.

Utilizzare le lampadine a risparmio energetico. Nonostante costino leggermente di più di quelle normali garantiscono, sul lungo temine, un risparmio economico considerevole

Mantenere la temperatura della casa costante. É importante che laa casa sia ben isolata, e che quindi non ci siano spifferi. Per questo motivo gli infissi ricoprono un ruolo fondamentale: perciò è importante sostituirli nel caso in cui siano vecchi e non isolanti.


Rudolf Adventure: “Cascate delle Marmore, La forza dell’acqua”

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Martedì 30 aprile, ore 21.00 su Marcopolo TV  (414 SKY)


Stasera Rudolf arriva in Umbria, in provincia di Terni, e dopo un assaggio dello scenario della Val Nerina in sella a una mountainbike, affronterà la furia del fiume Nera, prima discendendo in canyoning dalle tante gole (forre) della Val Nerina. Poi salirà su un gommone di rafting e sfiderà le rapide provocate dalle Cascate delle Marmore!

“Rudolf Adventures" è una serie tv di Marcopolo che vi farà emozionare – e impaurire – per la spericolatezza del suo conduttore: dove c'è un minimo di avventura lì c'è Rudolf. Con immagini mozzafiato girate nei posti più pericolosi del mondo, vicini e lontani, esotici o avveniristici, selvaggi o… più familiari.

In onda il martedì su Marcopolo, alle 21.00. 


ASSOELETTRICA: “Non possiamo pagare da soli il conto della crisi”

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L'intervista di Chicco Testa alla Staffetta Quotidiana

La polemica tra fotovoltaici ed elettrici “tradizionali” si è già surriscaldata, ma ancora non è del tutto chiaro di cosa si parli, quali siano le opzioni in campo. Opzioni che riguardano un problema comune: come gestire questa situazione di overcapacity. Cosa chiede Assoelettrica?

Intanto vorrei chiarire una questione personale. Oltre alla presidenza di Telit (una società che produce tecnologie per le telecomunicazioni, ndr) ho un’azienda che si chiama Eva. Sette-otto anni fa ho investito insieme a Franco Bernabè in una società di giovani ingegneri bresciani il cui obiettivo era la realizzazione di piccoli impianti idroelettrici. Sviluppare un impianto idro comporta una fatica considerevole perché ogni impianto ha una sua caratteristica, localizzazione, territorio, portata, geologia, idrogeologia ecc. Abbiamo fatto 4-5 impianti e poi ci siamo accorti degli incentivi al fotovoltaico e abbiamo investito. È una cosa molto più semplice, gli impianti sono tutti uguali. Il primo lo abbiamo fatto con l’aiuto di un Epc, poi ci siamo resi conto che l’ingegneria è semplicissima e ce li siamo fatti in casa.

I pannelli li avete comprati in Cina?

Ovviamente. E abbiamo realizzato 13 MW. Quando guardo i conti… facciamo 7 milioni di fatturato di cui 5 di Ebitda.

Tornando al punto: cosa chiedete per uscire da questa situazione?

Quando sono arrivato in Assoelettrica mi sono reso conto dello sconquasso che il sistema aveva subito. Una buona parte della situazione è compromessa. Il danno più grosso, ancor prima della questione dei costi, è quello prodotto sul sistema elettrico nazionale. La riforma Bersani era ottima (la liberalizzazione del mercato elettrico con il dlgs 79/99, ndr), ha spinto le aziende a fare investimenti importantissimi che hanno rinnovato completamente il parco termoelettrico italiano. Quando eravamo pronti a fare la nostra parte – tra l’altro con il prezzo del gas che scendeva – è arrivata questa botta che ha cambiato le carte in tavola e ha fatto sì che il mercato libero praticamente non esista più. Il 50% circa dei volumi e il 60% del fatturato del settore deriva da vari regimi amministrati. Insomma, il mercato contendibile si è ridotto a un 50% circa in termini di volumi e in termini di fatturato al 40% circa. Da questa situazione non risaliremo più, o comunque ci resteremo a lungo.

Sul Corriere della sera e su Repubblica sono usciti qualche giorno fa due articoli (un editoriale di Alesina e Giavazzi e un commento di Iezzi) che chiedevano, rispettivamente, il taglio retroattivo degli incentivi alle rinnovabili e la revisione degli oneri di sistema. È d’accordo?

Non voglio trasformare questa storia in una battaglia. Intanto bisogna mettersi d’accordo su cosa vogliamo. Per me è chiaro che l’Italia ha due obiettivi di politica energetica. Il primo è avere l’energia. Su questo punto siamo tutti d’accordo ma dieci anni fa questo non era un problema banale. Il secondo è avere energia a basso costo. E su questo non c’è accordo. Certo, abbiamo gli impegni di Kyoto e quelli assunti in sede europea, ma le cose andavano fatte in maniera completamente diversa. È stato fatto uno spreco di proporzioni gigantesche. Poi bisogna mettersi d’accordo sui numeri. Come si fa a sostenere che il fotovoltaico porta benefici sui prezzi dell’energia per 1,4 miliardi (il riferimento è al rapporto Irex di Althesys, ndr v. Staffetta XXX)? È chiaro che se aumento l’offerta di energia in determinate fasce, in quelle ore il Pun scende. Il problema è: quanto ho pagato per ottenere questo? Potrei fare anche energia con Chanel n. 5, e l’effetto sarebbe lo stesso, se qualcuno mi pagasse il profumo. Ma quanto mi costa? Senza contare che l’Italia è l’unico Paese che paga sia l’incentivo che l’energia. Un altro punto da chiarire è che non c’è un risparmio sul gas non importato, perché ai produttori fotovoltaici, quando prendono il prezzo marginale, paghiamo un prezzo che comprende anche quello del gas. Io chiedo equità per quanto riguarda gli impianti termoelettrici.

Quindi la soluzione è un capacity payment? E come finanziarlo?

Che l’Autorità per l’energia prenda in considerazione tre fattori fondamentali. Il primo è la sicurezza del Paese, cioè quanti impianti servono prendendo in considerazione il caso peggiore, quello in cui piove e non c’è vento e quindi non c’è produzione da rinnovabili intermittenti.  Il secondo è la riserva e il terzo la flessibilità che gli impianti devono garantire per adattarsi alla curva di carico che viene determinata in gran parte del giorno dalla presenza o dall’assenza degli impianti fotovoltaici. Quanto costa tutto questo? Non lo so e non spetta a me dirlo. Sono le stesse condizioni che l’Autorità ha già considerato con le gare che vanno fatte quest’anno per il 2017. Ma da qui al 2017 c’è il rischio che una grande quantità di impianti termoelettrici vengano fermati. Insomma, mi sembra che sia giusto che il transitorio venga affrontato secondo questi principi. C’è poi da considerare che nella legge Sviluppo c’è un comma che dice che tutto questo deve avvenire senza oneri ulteriori per il sistema. Su questo sono d’accordo perché altrimenti ammazziamo i consumatori. E quindi i soldi devono essere presi con equilibrio e restando dentro il sistema, andando a prenderli da chi crea le disfunzioni. Se devo garantire la riserva a un impianto fotovoltaico mi sembra giusto che sia l’impianto fotovoltaico a pagarla.

Dunque una sorta di solar tax, di cui ha parlato qualcuno?

Qualsiasi misura viene presa l’importante è che le risorse restino all’interno del sistema. Non può essere un’altra tassa che finisce alle Finanze o a risanare il bilancio dello Stato. Anche la benzina ha degli oneri fiscali grossi e probabilmente ingiustificati. Lì però se non consumi benzina non paghi neanche le tasse. Invece gli oneri di sistema sono un ammontare fisso. E se riduciamo la base imponibile, come sta succedendo per il calo dei consumi, entriamo in un circolo vizioso per cui l’energia costa sempre più cara, se ne consuma sempre di meno, le aziende se ne vanno e gli oneri di sistema continuano ad aumentare percentualmente.

Quindi chiedete un capacity payment transitorio.

A mio modo di vedere ci vorrebbe un transitorio che risponda alle tre condizioni che ho detto, se vogliamo evitare una chiusura massiccia di impianti termoelettrici. E non sto parlando degli aspetti sociali, questo è un fattore che va trattato separatamente. Io parlo di sicurezza, riserva e capacità di rendere flessibile il nostro sistema elettrico.

Non crede ci sia stato un eccessivo “entusiasmo” nell’investire in impianti termoelettrici negli anni scorsi?

Se nel ’98 qualcuno avesse detto alle aziende elettriche che nel 2007 avrebbero fatto partire un ciclo di investimenti incentivato, forse si sarebbero comportate diversamente.

Tornando alla sicurezza del sistema, in questo momento abbiamo una riserva colossale rispetto alla domanda effettiva. È veramente a rischio la sicurezza se chiude, diciamo, un 30% dell’attuale capacità?

Non so. Dipende molto dalla situazione “estrema” che si prende in considerazione e dalle diverse zone del Paese. Certo, il margine di riserva oggi è molto alto, e dipende anche dalla recessione. Le nostre aziende stanno ricorrendo alla cassa integrazione. E so benissimo che anche il termoelettrico dovrà pagare il suo prezzo, e già lo sta facendo con la chiusura di piccoli impianti. Ma trovo politicamente ingiusto e sbagliato da un punto di vista generale che a pagare tutto questo debba essere solo l’industria termoelettrica. Io non voglio misure ad hoc che abbiano come obiettivo di salvare questo o quell’impianto. Se dobbiamo fare così, allora sarebbe meglio tornare ai prezzi amministrati. Penso invece che il Paese debba fare uno sforzo per salvare i principi di un mercato liberalizzato. Quindi chiedo provvedimenti che corrispondano a criteri oggettivi. Poi i termoelettrici si faranno i loro conti.

Quel che è certo è che il sistema è cambiato e che probabilmente andrà sempre più nella direzione, non solo di un maggiore apporto di fonti rinnovabili, ma anche verso un generale aumento della generazione distribuita. Quale soluzione, quale ruolo per i termoelettrici “tradizionali”?

Il punto è che ogni kWh che transita sulla rete o che usa la rete come magazzino o come sistema di scambio deve concorrere agli oneri di sistema. Non ci possono essere eccezioni. Punto. Se le reti interne di utenza o i sistemi efficienti di utenza sono un sistema per fare in modo che chi prende gli incentivi nemmeno paga gli oneri di sistema… Faccio un esempio: se un’azienda di distribuzione fa un contratto con un’azienda che utilizza come fonte integrativa un impianto a fonte rinnovabile intermittente, deve fornire a questa azienda anche il backup, la riserva. Quanto costa questo? Non può costare come costavano le vecchie tariffe amministrate. Le aziende di distribuzione questi discorsi cominciano a farli. I prezzi andranno rivisti per questo servizio di riserva, di disponibilità e di flessibilità.

Se è così bisognerà rimettere mano alle regole perché i Seu e le Riu sono esentati, così come lo scambio sul posto.

Quando parlo di recuperare risorse all’interno del sistema intendo anche questo.

Una volta ottenuta questa “perequazione”?

Che nessuno pensi di fare nuovi incentivi. Non si può parlare di grid parity e poi chiedere, come hanno fatto al convegno del Free, un sesto Conto energia.

Ma non si possono neanche toccare i diritti acquisiti, lo hanno detto anche i “saggi” nella loro relazione…

Non c’è alcun dubbio che questo dei diritti acquisiti è un grosso problema. Ma un conto è parlare di taglio degli incentivi e un conto è parlare di allocare correttamente i costi. Il punto è che non c’è una chiara percezione di quanto sia cambiato il sistema elettrico. In un sistema pre-liberalizzazione c’è un monopolio e dei pasti gratis perché il monopolio copre tutto. Ora non può più essere così. Dico di più: io sono entrato a gamba tesa nella discussione sulle smart grid, perché come Assoelettrica chiedo ed esigo che ogni investimento sia fatto domandandosi se aumenta o diminuisce il costo dell’energia elettrica.

Una delle accuse mosse dal fronte dei rinnovabili riguarda l’aumento dei prezzi serali. C’è chi ha parlato di collusione tra operatori termoelettrici.

Se c’è da vedere qualche cosa si veda. Ma bisogna considerare che l’impianto che sta fermo tutto il giorno, nelle poche ore serali si deve pagare gli ammortamenti, i costi operativi, il gas. Inoltre, in partenza e in fermata le centrali hanno un’efficienza del 20-30%. Faccio una provocazione: se non volete il capacity payment, proviamo a far fluttuare i prezzi liberamente e vediamo dove arriva il MWh il giorno che piove in tutta Italia e posso fare il prezzo.

I rinnovabili non sono i soli produttori a essere incentivati. Gli impianti essenziali e “must run” sono proliferati negli anni e hanno un costo rilevante. Anche questo “ammazza il mercato libero” e andrà ripensato.

Come dicevo, dobbiamo trovare principi che valgano per tutti. Non possiamo costruire un sistema elettrico che è fatto tutto di eccezioni. Altrimenti non funziona. Con la gradualità necessaria ma va fatto.

Sarà un compito non facile. Intanto, vede qualche terreno comune per tutti i produttori elettrici?

Abbiamo due frontiere che dovrebbero essere comuni. Innanzitutto: come far ripartire i consumi energetici ed elettrici in questo Paese. Ci sono una serie di sbottigliamenti che potrebbero essere fatti, a prescindere dalla recessione, a cominciare dal rispetto delle curve tariffarie che scoraggiano i consumi di energia elettrica in maniera che non ha più nulla a che fare con il problema dell’efficienza o del risparmio. Oggi l’elettricità viene usata con livelli di efficienza molto alti e corrisponde all’idea del benessere. Se devo mettere una pompa di calore o un condizionatore devo passare a 6 kW e la bolletta mi schizza.

Ma se cambiamo le tariffe in questo modo il cliente residente sotto i 3 kW vedrà aumentare i costi…

Ma questo cliente avrà un ufficio o una bottega o un’attività: quello che risparmia a casa lo spende da un’altra parte. Alle associazioni dei consumatori dico: vogliamo difendere i consumatori o solo una categoria di consumatori? Allo stato attuale risparmiamo per i consumi in casa e poi le aziende chiudono. Che guadagno abbiamo ottenuto? In Italia c’è una parte dei consumatori che spende meno della media europea e un’altra parte che spende di più. Anche questo andrebbe riequilibrato. Bisogna avvicinarsi alla situazione in cui i prezzi corrispondono ai costi, invece che fare esenzioni e sovraccarichi. La seconda frontiera riguarda l’elettrificazione dei consumi finali di energia. Io non sono un fan sfegatato dell’auto elettrica ma se vogliamo ripulire le nostre città le dobbiamo elettrificare. Prima di parlare dell’auto elettrica vorrei parlare di filobus, tramvie, metropolitane, che sono trasporti con rendimenti enormi rispetto agli autobus a gasolio. In città abbiamo milioni di punti di combustione, motori delle auto e caldaie a gas: se elettrificassimo queste cose miglioreremmo i rendimenti e avremmo città molto più pulite.

 Fonte: Staffetta Quotidiana


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